Il cibo poco sano, ipercalorico e in accesso certamente costituisce un fattore determinante per l’aumento di penso, ma non è il solo fattore. Ad alimentare lo sviluppo di obesità e sovrappeso contribuisce anche un ambiente obesogeno, cioè un insieme di comportamenti, di consuetudini, di stili di vita scorretti che, in sinergia, modificano l’espressione dei nostri geni in negativo. È possibile intervenire su questo rischio? Sì, fin dall’epoca perinatale e nelle fasi della crescita mettendo le basi per favorire maggiore salute, dall’infanzia all’età adulta.
Parlare di obesità è quanto mai attuale sia per applaudire al merito del nostro Paese, il primo ad avere riconosciuto, con una specifica legge, l’obesità come una malattia, sia per denunciare un problema di salute pubblica, in crescita specie fra le nuove generazioni. Si stima che fra la popolazione giovane il tasso di obesità si elevi al 17%, tra i più alti d’Europa.
«La legge – spiega il dottor Alessandro Giovanelli, direttore dell’Istituto Nazionale per la Cura dell’Obesità dell’Irccs Ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio - punta alla prevenzione di questa condizione e a promuovere attenzione verso i bambini e gli adolescenti, ai giovani in generale. I provvedimenti che sono stati messi in atto intendono garantire loro una crescita e uno sviluppo sano, libero dall’obesità o comunque a scongiurarne le più importanti implicazioni correlate, malattie croniche come disturbi cardiovascolari, ipertensione oltre che malattie metaboliche, come il diabete di tipo 2, il fegato grasso, fino auspicabilmente a prevenirne il rischio».
Due fattori possono favorire la predisposizione all’obesità o al sovrappeso: «Innanzitutto incide la componente biologica, quindi il patrimonio genetico, differente da individuo a individuo, ereditato dai genitori, che in misura maggiore o minore può esporre al rischio di accumulare peso nel corso della vita. Geni la cui espressione può essere totalmente o in parte (as)sopita o addirittura rallentata, questo significa che, escludendo le forme di obesità genetica che sono molto rare, più del 98% delle situazioni di obesità sono determinate da una tavolozza genetica che il bambino ha in sé dalla nascita e che lo caratterizzerà per il futuro».
I geni, però, sono “plastici”, possono cioè essere condizionai e modificati nella loro espressione dalle scelte comportamentali, secondo quello che oggi viene definito ambiente obesogeno. Parlando di ambiente è facile intendere che non ci si riferisce solo ad alimenti o sostanze ritenuti ingrassanti, ad esempio cibi altamente calorici, ma anche a una serie di altri fattori: il contesto sociale, culturale e fisico e, insieme, possono favorire lo sviluppo e il mantenimento dell’obesità. Sono obesogeni, ad esempio, la sedentarietà e il consumo eccessivo di alimenti poco sani.
«Lo squilibrio fra il ridotto movimento e attività fisica e l’introito di cibo oltre il fabbisogno nutrizionale quotidiano - precisa il dottor Giovanelli - genera un surplus di calorie che non vengono smaltite e che vengono immagazzinate nel tessuto adiposo. È il via per lo sviluppo dell’obesità, se non adeguatamente controllata».
Il nostro organismo è stato infatti programmato per sopravvivere in condizioni di scarsità di risorse, dunque è meno pronto e attivo nell’affrontare un mondo di generale abbondanza: un cortocircuito biologico che alimenta l’obesità, su cui ciascuno può efficacemente intervenire.
Le più recenti ricerche hanno messo in evidenza che i geni e la loro propensione ad esprimersi in un determinato modo, sono governate e modulate dall’epigenetica, cioè dalle esperienze e dai comportamenti perseguiti fin dalle prime fasi di vita. «L’imprinting che il bambino riceve nel periodo gestazionale e nei successivi primi giorni e mesi di vita contribuirà a modulare espressione dei suoi geni, influenzando dunque anche il futuro metabolico e il rischio di sviluppare sovrappeso e obesità. È fondamentale dare delle buone “basi educative” ai nostri geni - sottolinea l’esperto - proprio come si fa con i bambini, perché è poi più difficile modificare comportamenti errati acquisiti che possono avere favorito lo sviluppo di adipociti ad esempio o modificato l’assetto metabolico. Va ricordato che il patrimonio genetico consolidato nell’infanzia è un bagaglio che accompagnerà a vita: è dovere soprattutto delle figure referenziali dare ai geni, e non solo, una buona rotta».
Gli esperti insegnano che occorre innanzitutto prendere coscienza del fenomeno e di come l’ambiente obesogeno e l’epigenetica possano condizionare la salute dall’età perinatale a quella adulta, ricordando che la trasmissione di una alimentazione e stili di vita corretti o scorretti non vengono appresi dal bambino solo razionalmente, bensì sono introiettati anche dal punto di vista epigenetico «L’indicazione ai genitori – sottolinea il dottor Giovanelli – è di mettere in pratica le regole promosse dalla Società Italiana di Pediatria (Sip) che raccomandano di proseguire l’allattamento al seno per un periodo di almeno 6 mesi e quanto più possibile oltre, di cercare di non far accumulare peso al bambino soprattutto nei primi mesi di vita, cruciali per l’aspetto epigenetico, di seguire uno svezzamento graduale secondo i criteri formulati dalle società scientifiche e di mantenere un corretto rapporto sonno-veglia che incide sensibilmente sul metabolismo e lo sviluppo di una situazione obesologica.
Inoltre, è bene far vivere al bambino una vita quanto più possibile sana, all’aria aperta, limitando il numero di ore trascorse davanti agli schermi. In ambito alimentare, evitare il consumo di cibo spazzatura come hamburger e patatine, snack e prodotti industriali, alimenti troppo raffinati e processati che possono agire negativamente sul metabolismo, educando il bambino nel corso della crescita ad assumere cibi di qualità, poche bevande ricche di zuccheri e alimenti ad alto contenuto di grassi saturi, così come a limitare l’apporto di zuccheri».
È un dato di fatto che i piccoli tuttavia ricercano ed hanno il gusto del dolce: «È la consuetudine che induce la ricerca verso uno specifico alimento. Limitando la proposta di caramelle, zuccheri, biscotti, snack e merendine si ridurrà il rischio di una ricerca spasmodica di questa tipologia di alimenti, verso una richiesta di cibi sani. Senza dimenticare che atteggiamenti comportamentali scorretti vanno a incidere anche su alcuni aspetti del neurosviluppo, comportamentale e socio-sessuale in cui si possono osservare evoluzioni meno serene in persone che sono stati esposti a condizionamenti non adeguati, come l’ambiente obesogeno appunto, nel primo periodo di vita» conclude il medico.
2025-10-18T11:02:05Z