Fino a qualche tempo fa erano appesi in ampie cabine armadio, sfoggiati per strada o parcheggiati in garage: abiti e accessori griffati e bolidi costosissimi rappresentavano l’emblema del lusso e del prestigio sociale. Oggi alcuni tra i nuovi status symbol sono stipati in cucina e, per trovarli, basta aprire il frigo, possibilmente un modello walk-in ecosostenibile come quello davanti al quale si è fatta immortalare Kim Kardashian: così spazioso da poterci entrare e scegliere il cibo quasi fossi al supermercato.
Tassos Stassopoulos, fondatore della società finanziaria Trinetra, ha elaborato la Fridgeconomics, lo studio dei trend economici in base al contenuto dei frigoriferi: in quelli delle famiglie a basso reddito ci sono alimenti semplici come uova e latte, in quelli della classe media anche beni più costosi come gelati e soft drink, i ricchi prediligono prodotti bio e integratori di ogni sorta con cui godere non solo di buona salute, ma di una frizzante longevità.
Proprio il desiderio di mantenersi brillanti fisicamente e mentalmente viaggia sempre più spesso in tandem con il lusso, galvanizzando vari settori, dalla nutraceutica al wellness tourism, tanto che, secondo uno studio targato McKinsey, il mercato globale del wellness ha raggiunto l’anno scorso i 2 trilioni di dollari.
Come spiega Giacomo Buoncompagni, docente di Sociologia dei consumi all’Università di Macerata, «sta cambiando l’atteggiamento di consumo. Nelle società tradizionali imperava la logica del possesso, che portava a vestirsi in un certo modo, frequentare scuole elitarie…. Oggi prevale una logica di performance: chi vuole mantenersi e mostrarsi giovane mette in gioco il corpo, che viene poi “vetrinizzato” sui social».
Secondo il Financial Times, ora mostrare braccia toniche è segno non solo di salute ma di status: indica che si hanno tempo e soldi per dieta, corsi di Pilates e personal trainer. «Il fenomeno è favorito dal fatto che viviamo in un’epoca di grandi sviluppi scientifici e tecnologici, che portano a tanti benefici ma anche a derive: molti non accettano l’idea di avere un corpo destinato alla decadenza e aspirano a bloccarne l’invecchiamento».
Concorda Roberta Villa, autrice di Cattiva prevenzione. I pericoli del consumismo sanitario, (Chiarelettere). «La fascia benestante della popolazione si è fatta l’idea che col denaro si possa comprare tutto, salute e longevità comprese. Siamo abituati a controllare ogni aspetto della nostra vita e crediamo che facendo continui check-up riusciremo a garantirci la prevenzione delle malattie. Sia chiaro: ci sono controlli molto utili e da fare, ma spesso si esagera. Soprattutto, si dà sempre meno spazio alla prevenzione primaria, che è a costo zero: camminare e fare le scale, smettere di fumare e di bere alcolici, mangiare meno e meglio. Qui si intersecano un discorso culturale e uno economico: sappiamo cosa ci fa bene, ma non ci piace, e chi ha soldi spesso preferisce pagare che modificare lo stile di vita».
L’organizzazione delle giornate può però subire degli scossoni se cambia la gestione del tempo, un bene oggi raro e, quindi, preziosissimo. Il Financial Times rileva che nei centri finanziari di Londra e New York non si sentono più le persone vantarsi dell’agenda senza spazi liberi o del numero di miglia accumulate in voli business class transcontinentali, ma di aver resistito a lungo in una seduta di crioterapia o di essere riusciti a dormire 8 ore di fila a notte.
E proprio il sonno è oggi più mai uno status symbol. Ne è convinto Loris Bonamassa, imprenditore e sleep coach che da anni diffonde la cultura del sonno in ambito medicale, sanitario, aziendale e sportivo: «Siamo abituati a dettagliare in agenda tutte le attività del giorno ma non inseriamo la notte, che occupa un terzo della nostra vita e va programmata con cura perché ne determina gli altri due terzi» spiega. «Un buon riposo ha effetti cruciali sulla performance: dormire poco e male ti può far perdere fino al 17% nei tempi di reazione e fino al 42% di precisione nell’esecuzione dei compiti. Molti manager iniziano a capirlo e anche i campioni dello sport sanno che dormire bene può fare la differenza tra salire o no sul podio».
In questo mondo che sta reimpostando i parametri su cui imbastire gli status symbol, come si ridisegna l’esclusività? «Il concetto è diverso dal passato. Oggi, per esempio, attraverso i social non tutti comprano, ma tutti “accedono” anche ai brand più blasonati» dice Emanuela Genovesi, fondatrice e ceo dell’agenzia di digital marketing TWOW. «Il lusso, per conservare il fascino del privilegio, diventa più esperienziale».
Pensiamo al turismo: quelle che un tempo erano le località di vacanza frequentate solo dai vip, adesso - anche se magari solo per un giorno - sono spesso facilmente raggiungibili da molte persone. Allora assume un significato speciale l’idea di community: un gruppo ristretto, e quindi esclusivo, che fa viaggi in luoghi (ancora) poco noti ma che garantiscono l’unicità dell’esperienza».
Se status symbol è fare o possedere ciò che altri non possono permettersi, anche una famiglia numerosa per alcuni super ricchi può diventare un mezzo con cui esibire il proprio potere economico e sociale. Una ricerca di Forbes sui miliardari americani rivela che 22 di loro (non solo Elon Musk) hanno - tra biologici e adottati - più di 7 figli. «La prole oggi smette di essere vista solo come un nucleo affettivo e diventa un indicatore di disponibilità economica» commenta Giacomo Buoncompagni.
«I figli sono diventati ciò che alcuni sociologi definiscono “pronatalismo d’élite”. Mantenerne molti richiede investimenti enormi in istruzione, attività extra-curriculari e cure. Una famiglia numerosa segnala quindi al mondo che i genitori possiedono risorse sufficienti non solo per sopravvivere, ma per garantire standard elevati a molti individui contemporaneamente. Anche qui si pone poi spesso il tema del corpo, in questo caso dei bambini, che viene messo in vetrina».
Accanto a chi espone se stesso, o i familiari, online e offline, c’è però chi aspira a “scomparire”. Uno dei nuovi filoni lungo cui corre il privilegio implica infatti una rivoluzione copernicana della materia. Non a caso oggi si vendono tablet senza notifiche o app, ma solo con programmi per la lettura e la scrittura, così come si pagano magari migliaia di euro per stare in una baita senza wi-fi.
L’apparente paradosso lo spiega l’esperto di comunicazione Andrea Bottoni: «Silenzio, privacy, disconnessione sono i nuovi valori della nostra epoca. I veri ricchi oggi non hanno social. Mentre tutti cercano di catturare la tua attenzione, essere invisibili è diventato uno status symbol e si sta sviluppando un nuovo settore che propone servizi che ti aiutano a “sparire”. L’attenzione era la valuta del passato. L’oblio sarà quella del futuro e, probabilmente, costerà molto di più».
2026-01-21T05:03:41Z